Resilienza, superare gli eventi critici

Resilienza

Da dove viene la parola "resilienza"

Il termine resilienza indica la capacità di un materiale di resistere agli urti senza spezzarsi e la capacità di recuperare la sua forma originale in seguito a una sollecitazione che ha provocato deformazione.

Negli ultimi decenni, sulla scia degli ingegneri che per primi hanno utilizzato questo termine applicandolo alle proprietà specifiche dei metalli, informatici, biologi, educatori, psicologi e medici hanno iniziato a introdurre questa parola nel loro lessico. 

La sorprendente dote genetica del genere umano

Applicata alla nostra realtà di esseri umani, resilienza indica una somma di capacità che ci consente di affrontare i traumi e in generale le avversità dell’esistenza e di uscirne rafforzati e arricchiti. Indica la forza e le risorse per far fronte alle crisi e l’abilità di riorganizzare la nostra vita nonostante e addirittura grazie alle difficoltà attraversate, tramite la messa in atto di un processo costruttivo di resistenza, integrazione e trasformazione.

La capacità di rispondere positivamente ai traumi e agli eventi critici, come per esempio un lutto, senza soccombere e senza ammalarci è dote genetica del genere umano. Se così non fosse, la nostra specie sarebbe estinta da tempo. La resilienza non implica che in un contesto di crisi possiamo evitare la sofferenza, ma che abbiamo le risorse per farcela. Implica che l’esperienza dolorosa venga accolta e possibilmente trasformata in apprendimento e crescita.

Per quanto alcune persone, per situazioni specifiche e per fattori di rischio particolari, possano in un dato momento non avere risorse di resilienza sufficienti, in generale uno sguardo che ci vede come individui dotati di potenzialità, capaci di rispondere positivamente a un evento critico reclutando risorse personali e sociali, è uno sguardo, oltre che di speranza, anche realistico. 

Dopo un trauma o nel pieno di un evento critico, è parte del processo di resilienza guardare a noi stessi come individui dotati della capacità di sopravvivere, di ritrovare un equilibrio, di riprenderci. E’ con questa fiducia che è possibile ricercare risorse per sostenere la nostra resilienza, dentro di noi e nella società. 

In una notte gelida, se non ci riconoscessimo la capacità di reagire positivamente al freddo senza ammalarci, non ci prenderemmo nemmeno la briga di avvolgerci in una coperta per scaldarci. È un tipo di fiducia simile quello che, in un momento critico, ci motiva e ci sostiene nella ricerca del nostro modo personale e unico di aiutarci, che ci spinge ad adattarci attivamente agli eventi e a mettere in moto, per quanto possibile, una nuova fase di affermazione e di crescita.

La forza di resistenza o di coping non è inaridimento nella mera sopravvivenza, perché la resilienza porta in sé un potere generativo. La capacità di far fronte e di superare un evento difficile non è appiattimento sull’esperienza critica perché la forza traumatica non è soltanto distruttiva: incontrando la forza di resistenza, essa diventa impulso vitale, diventa sfida che può rivelarsi produttiva. La forza traumatica è un elemento disorganizzante con il compito specifico di spingerci ad attivarci in modo flessibile e creativo, a cogliere le opportunità positive offerte dalla vita, a battere sentieri inediti per dare un nuovo impulso alla nostra esistenza.

Le competenze di resilienza, inizialmente istintive, nel corso della vita si rafforzano e si affinano man mano che ci arrichhiamo di nuove capacità resilienti di tipo affettivo, emotivo e cognitivio. E tutte queste competenze possono continuare ad essere sviluppate se sostenute da un ambiente adeguato. 

Cosa aiuta a superare un evento critico

Sostiene il processo di resilienza prendersi cura della propria salute, per esempio vegliando sull’alimentazione e sul sonno, nutrirsi di relazioni affettive e sociali, correggere comportamenti inadeguati e controproducenti. Aiuta la resilienza crescere nell’accettazione di sé e della propria vulnerabilità, coltivare la fiducia nelle proprie risorse, riconoscendo, valorizzando e facendo affidamento sulle qualità e competenze sviluppate nel corso della propria esistenza. Incoraggia la resilienza coltivare l'ottimismo, ancorarsi a valori solidi, ricercare senso e significati legati alla propria esperienza, fare nuovi progetti, mettere a frutto la propria conoscenza, acquisirne di nuova, utilizzare informazioni, e anche decidere di cercare aiuto in adeguati servizi alla persona. Promuove la resilienza non chiudere gli occhi di fronte alla realtà, ma anche sviluppare umorismo.   

La resilienza è una forza fluida, non è una capacità che si acquisisce una volta per tutte. A seconda dei momenti della nostra vita, manifestiamo livelli di resilienza diversi, perché i fattori in gioco nella resilienza - in quanto sistema e processo - sono numerosi e interagiscono tra loro. La resilienza non può quindi essere data per scontata: va curata, monitorata e nutrita.

"Cadere" ci eleva

Nel lavoro di elaborazione di un evento critico, di un trauma, di un lutto, rami apparentemente seccati dalla difficoltà dell’esperienza buttano nuove gemme di volontà e di coraggio. 

Processare il trauma, resistere per sopravvivere e poi ancora alzare lo sguardo oltre il trauma e oltre la propria vulnerabilità attivando nuove risorse è un lavoro difficile. Spessissimo, più che di attivare si tratta di estrarre risorse attraverso un lavoro duro, faticoso e invisibile ai più, ma degno di grande rispetto, come quello del minatore che estrae ricchezza dalla terra, sia essa carbone o oro.

Come ricordava Rita Erica Fioravanzo in un mirabile ciclo d'interventi sull'emergenza e sulla psicotraumatologia, in alcune culture si raggiungono livelli gerarchici elevati all’interno della comunità, si diventa guida spirituale, guaritore o sciamano solo dopo avere fatto esperienza di un evento critico-traumatico, come una malattia o un incidente, perché alla sopravvivenza all’iniziazione traumatica viene attribuito lo sviluppo di capacità di coraggio, volontà, comprensione, intuizione, lucidità e saggezza. 

Il mito occidentale dell’uomo performante e di successo relega nell’ombra tutto ciò che svilisce questo modello e non ammette nel decalogo dell’uomo ‘realizzato’ l’esperienza del trauma e del lutto. La rappresentazione ideologica dell’uomo moderno, nella sua distorsione, sfoggia la solarità ignorando l’ombra e predilige la possibiltà di galleggiare sulla superficie dell’acqua rispetto a quella di sondare le profondità dell’oceano. La superficie della vita è un luogo dove non è possibile ritrovarsi nella propria interezza e dove difficilmente può essere recuperato un proprio senso dell’esistenza: lo sa bene chi ha avuto il coraggio e l’onestà di guardare sotto quella superficie (e dunque nella propria umanità). 

Ma basta scostarsi un pochino dalla prospettiva deformante del mito imperante di oggi per ritrovare nella nostra stessa cultura una visione che restituisce interezza alla nostra esperienza di esseri umani. Come ricorda ancora la Fioravanzo, le fiabe e la mitologia ci raccontano dell’eroe non come di colui che non perde mai, che non cade mai, ma come di qualcuno che, attraversando sfide mortali, viene ferito e cade, come qualcuno che trova la sua grandezza incontrando la sua vulnerabilità. Perché si rialza, si rimette in cammino, con rinnovata forza, lucidità e conoscenza. La resilienza ci parla di questa possibilità.