Yoga: praticare la consapevolezza, praticare il benessere (3). Il tempo

Lo yoga descrive l’applicazione dell’attenzione come un processo che viene affinato per tappe, per la precisione, attraverso tre livelli progressivi. Il primo viene chiamato dhâranâ: la sua radice dhri significa, tra le altre cose, tenere. Se si vuole tenere in mano qualcosa, non si può tenere qualcos’altro allo stesso tempo, occorre posare quell’altro. Non si può essere attenti a più cose contemporaneamente, a meno che la mente non si muova velocemente da un oggetto all’altro, ma, nella maggioranza dei casi, questo non è l’impiego più efficace della mente. L’attenzione al momento presente implica quindi che, temporaneamente, i pensieri riguardanti il passato e il futuro non interferiscano.

Nella consapevolezza o presenza mentale, il tempo è un fattore determinante, perché non può esserci una vera attenzione al qui e ora senza la capacità di fermarsi interiormente. Fermarsi è l’approccio alla consapevolezza e alla meditazione. ‘La lentezza è il tempo del sacro’, recita una massima orientale. La presenza della consapevolezza è legata a un cambiamento nella percezione del tempo, alla capacità di fermarsi per abitare il momento presente, abitare il luogo dove il continuum di attimi presenti (l’eterno presente) si compie e si perpetua. Abitando la spaziosità del momento presente – e quindi fermandosi - diventa molto più facile ritrovarsi, cambiare prospettiva, mettere a fuoco, vedere cose nuove. La pratica del fermarsi non implica diventare meno efficienti e poco produttivi, come suggerisce questo aneddoto.

Due taglialegna si trovarono a lavorare insieme nella stessa foresta. Il primo taglialegna non si fermò quasi mai: senza concedersi alcuna tregua degna di questo nome, sudando e ansimando, si accanì a tagliare quanti più tronchi possibili per molte ore al giorno. Il secondo taglialegna invece, se la prese comoda e alternò il suo lavoro metodico a regolari intervalli di riposo. Alla fine della settimana, i due taglialegna si fermarono a guardare il lavoro svolto e il primo notò con disappunto che il secondo aveva tagliato molta più legna. Si rivolse all’amico con fare stizzito e gli disse: "Com’è possibile che tu, che te ne stavi sempre lì a riposarti, abbia tagliato così tanta legna più di me, che mi sono fatto un mazzo così?" E l’altro rispose: "Amico mio, è vero, io mi fermavo, ma nel frattempo affilavo l'ascia."

Fermarsi corrisponde ad affilare l’ascia della mente. Nel semplice atto di fermarci, ci rigeneriamo. Rigenerandoci, possiamo pensare in modo più allargato e agire in modo più efficace. Nel fermare l’agitazione e la dispersione mentale, nel liberarci dal passato e dal futuro, dalle preoccupazioni, dalle ansie, dai progetti, dai ripensamenti e dai pensieri che ci assillano, rivitalizziamo la mente. Interrompendo il vortice e l’affastellamento dei pensieri e aprendoci al momento presente, consentiamo alla mente di diventare più fresca e attenta, più rilassata, aperta e concentrata insieme. Dunque, prima ancora di fare qualcosa, nello yoga scegliamo, in un certo senso, di non fare, cioè di fermarci. Nel non fare, l’ascia può affilarsi. E se ci fermiamo, allora possiamo incontrare la vita, perché, come ama ripetere il maestro vietnamita Thich Nhat Hanh, è possibile incontrare la vita solo nel momento presente.