Perdono: il dono supremo

Etimologia

La parola 'perdono' è composta da 'per' e 'dono'.
'Dono', dal latino 'donum', deriva a sua volta dal sanscrito 'dana'.
Il prefisso 'per' indica intensificazione e attribuisce un senso di completezza e di eccellenza alla parola 'dono'.
'Per-donare' è un termine di origine medievale, successivo al latino classico 'con-donare', dove 'con' aveva a volte la stessa funzione d'intensificazione del prefisso 'per'. 

Il per-dono è quindi un dono integrale, pieno, incondizionato, supremo.

Donare per donare

Quando perdoniamo davvero, doniamo, semplicemente per donare. Lasciamo andare ciò che abbiamo trattenuto, magari per anni. 
Nel donare esprimiamo la vita, tocchiamo il fondamento stesso della vita. Perché la vita viene data e ricevuta per dono: un bimbo nasce per dono, l'albero offre i suoi frutti per dono, il sole splende per dono. 
Nel trattenere, invece, contrastiamo la vita, come quando tronchi e rami abbattuti dalla tempesta impediscono il libero fluire del torrente. 
Come sottolinea Daniel Lumera, possiamo vivere bene solo donando, lasciando andare. Allora non doniamo solo la sofferenza, doniamo anche la gioia: quando ci attacchiamo alla gioia e vogliamo trattenerla, quella gioia si corrompe. Lo stesso vale per l'amore.

Per-donare è quindi l'atto di donare, di lasciare andare, di offrire. Non è dimenticare quello che è successo, ma lasciare andare la sofferenza legata a quello che è successo, donandola alla vita. 
Doniamo la gioia e l'amore alla vita - perché così si moltiplicano – così come l'albero affida i suoi semi alla terra. E doniamo la sofferenza, l'odio, la rabbia alla vita, come l'albero lascia cadere le foglie secche, affidandole alla terra, che le accoglie e le trasforma. 
 

Perdonare per vivere

Ma il perdono non è qualcosa che facciamo così, svegliandoci una mattina, né che facciamo una volta per tutte: è una pratica, un cammino di saggezza, percorso un po' a piccoli e un po' a grandi passi, ripercorso, riscoperto più e più volte. 

In genere concepito e partorito negli spazi angusti e oscuri del dolore e della vulnerabilità, il perdono è un dono che matura e si compie nel coraggio, andando oltre il male che ci è stato fatto, aprendo le mani e lasciandolo scivolare via, senza per questo dimenticare o fare finta che non sia successo nulla.

Per-doniamo per vivere o per riprendere a vivere. Proprio perché vivere e donare sono della stessa natura.
 
Per-donando non ci opponiamo più a ciò che ci è stato fatto e alla sofferenza connessa a quell'esperienza, non ci irrigidiamo più di fronte a chi ci ha fatto male, smettiamo finalmente di resistere. Ci ri-apriamo alla vita, riprendiamo a fluire con il fiume sempre nuovo dell'esistenza. Teorico? Retorico? No, è molto concreto. 

Forse siamo rimasti impigliati da qualche parte là, nel fiume di ieri, pensiamo che l'acqua sia ancora quella di allora, ma quell'acqua è passata tanto tempo fa, quel fiume non esiste più, se non nel nostro risentimento o nella nostra rabbia, se non nei nostri pensieri legati a regolamenti di conti, vendetta o ritorsioni, se non nell'irrigidimento del corpo o in una sua ferita, che, quella si, ha saputo rimarginarsi. 

Nel perdono, smettiamo di voler fare andare le cose dove e come vorremmo e anche solo di volerle fare andare da qualche parte. Scorriamo con la vita.

Nel perdono, rinunciamo ad identificarci nel ruolo inutile, o peggio, controproducente della vittima. Secondo il motto psicosintetico 'Conosci, possiedi, trasforma', per trasformare la condizione di vittima dobbiamo prima poterla riconoscere e accettare per quella che è. Solo così possiamo lasciarla andare o trasformarla per riappropriarci del nostro potere e per evolvere. 

Il perdono ha a che fare con una scelta: dobbiamo scegliere se guarire, crescere, essere liberi, essere felici, oppure se avere ragione. Possiamo anche avere ragione, ma non siamo obbligati a pretendere di avere ragione se questo ci allontana da una leggerezza e una pace possibili. Spesso abbiamo paura di essere felici. Come disse Nelson Mandela, 'è la nostra luce, non la nostra ombra, quella che temiamo di più'.

 

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