Yoga: praticare la consapevolezza, praticare il benessere (1)

Una definizione di Yoga recita: yogah cittavrttinirodhah – Yoga è l’orientamento delle attività mentali (Yoga-sûtra, I,2). Lo yoga, è l’unificazione, la concentrazione e l’orientamento dell’insieme delle attività mentali, senza distrazione. Yoga è attenzione, meditazione, padronanza della mente. A differenza di quanto molti potrebbero pensare, lo yoga non insegna però che questa attenzione si debba allenare solo a gambe incrociate e ad occhi chiusi: al contrario, la padronanza della mente può essere progressivamente conquistata oltre che attraverso la pratica formale dello yoga, anche e soprattutto attraverso la pratica nella vita quotidiana.

È possibile scegliere se essere diretti dalla forza dell’abitudine e della disattenzione o se conquistare invece pian piano una maggiore padronanza dei propri pensieri e delle proprie azioni quotidiane; è possibile scegliere cioè, se agire meccanicamente, senza pensare, senza mettere in dubbio e senza nemmeno sapere ciò che si fa, oppure se agire sapendo ciò che si fa, come e perché lo si sta facendo. 
La differenza tra l’una e l’altra possibilità si chiama consapevolezza: un’attenzione intenzionale, reiterata, forte, portata su di sé e sul mondo, un osservazione vigile che contrasta energie dell’abitudine profondamente radicate come la distrazione, la meccanicità, la fretta, la superficialità: potenti fattori di inerzia, ostacolanti il cambiamento e la crescita.

Quando l’attenzione viene portata intenzionalmente nella vita quotidiana, qualsiasi azione diventa un'occasione per vivere consapevolmente nel momento presente: spostarsi da un luogo all’altro, bere un bicchiere d’acqua, lavare i piatti, ascoltare qualcuno. 
Non si tratta quindi di affiancare la pratica dello yoga alla propria vita, ma di portare la pratica nella propria vita, di portare la meditazione nell’azione, per penetrare nel cuore delle proprie azioni e delle proprie esperienze, per vivere meglio, con più pienezza, chiarezza e discernimento.

La pratica della consapevolezza o della presenza mentale acuisce enormemente la capacità di ascoltare, di vedere e di sapere, sostiene e favorisce la comprensione degli eventi, degli altri e di se stessi nel contatto col mondo. Praticare la presenza mentale nella vita quotidiana consente di dare senso alle proprie azioni e restituisce il potere di fare scelte nuove e più congruenti con i propri valori.

In questo senso, la consapevolezza può essere considerata a giusto titolo il primo ingrediente del benessere. Quale benessere? Non tanto quello edonistico del piacere immediato e passeggero (ma anche quello, visto che ad esempio, si può provare piacere nel gustare una tavoletta di cioccolato solo se vi si presta attenzione), ma soprattutto quello derivante dalla possibilità di ricentrarsi, allineandosi con se stessi, con la propria coscienza, con il proprio spirito guida, nel senso eudaimonico, quindi (dal greco: essere con un buon daimon, quella sorta di ambasciatore tra cielo e terra che spinge all’assolvimento del proprio compito nel mondo); un benessere derivante dalla capacità di attribuire significato alle proprie esperienze, di realizzare i propri potenziali, di perseguire scopi.

Ma da dove iniziare? Ovviamente non ci sono ricette per vivere consapevolmente, a meno cha la forza della motivazione non possa essere considerata una ricetta.

Nei prossimi articoli proporrò alcune considerazioni tratte dallo yoga, che vogliono essere semplicemente spunti di riflessione e motivo di ispirazione.

Nota:
Ci sono ovviamente differenze di significato - relative all’intensità e alla modalità di applicazione dell’attenzione - tra parole come osservazione vigile, consapevolezza, presenza mentale, concentrazione, meditazione. In questi articoli, uso queste parole come sinonimi per mettere l’accento sul fatto che si tratta di parole appartenenti alla stessa famiglia, riferibili all’utilizzo di un’unica facoltà: l’attenzione.